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Freud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica»: il libro di Meghnagi è un faro per l’Italia

    Di Davide Assael

    Il recente libro di David MeghnagiFreud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», edito da Bollati Boringhieri, è l’ultimo capitolo di un lavoro di ricerca pluridecennale, che, quasi solitario in Italia, ha indagato il controverso rapporto fra il pensiero freudiano e la cultura ebraica di provenienza. Tema che, come ha ricordato Jacques Lacan, costituisce il grande rimosso della psicoanalisi stessa. Va anzitutto detto che il lavoro di Meghnagi è un contributo importante per il materiale bibliografico che mette a disposizione ai futuri ricercatori che vorranno impegnarsi sul tema. Materiale che dimostra un lavoro di archivio inevitabilmente sviluppato in decenni di frequentazione degli archivi freudiani.

    Il testo affronta quello che per molti critici è il grande dualismo della cultura europea del ‘900, che certo non è stato un secolo avaro di grandi confronti culturali. Come già fatto da Kronenberg nel film A dangerous method, Meghnagi affronta il rapporto Freud-Jung dall’angolatura particolare offerta dal rapporto con Sabina Spilrein, paziente di Jung, poi sua amante ed infine vicina allo stesso Freud, a cui si rivolse proprio per emanciparsi dalla relazione analitica e affettiva con il suo discepolo. Lei stessa, ebrea come Freud, diverrà una figura importante del nascente movimento psicoanalitico.

    Dal punto di vista della storia della terapia analitica, il rapporto fra questi due giganti del pensiero europeo, può riassumersi nel tentativo junghiano di de-soggettivizzazione delle categorie freudiane che in lui sfocia nella nozione di inconscio collettivo. De-soggettivizzazione che poi dominerà tutta la psicoanalisi a partire dalla generazione immediatamente successiva al fondatore. Si pensi solo al tentativo di Melanie Klein.

    Ma non troviamo qui l’originalità del testo di Meghnagi, che, piuttosto, ha il merito quasi unico in Italia (un’altra psicoanalista che si è dedicata a questi temi è Anna Barbagallo) di mostrare il ruolo che in questo rapporto ha giocato l’irrisolta «questione ebraica», che attraversa la cultura europea e tedesca nel XIX e XX secolo. Attenzione, l’antigiudaismo, lo vediamo bene in questi tempi tormentati, non nasce certo nel 1800, lo ritroviamo in tutte le grandi esperienze del pensiero occidentale: dall’ellenismo al cristianesimo, fino all’illuminismo. Semmai, nell’‘800 assume nuove sembianze, coniando l’immagine, di un potere occulto ebraico che governa i destini del mondo. Immagine che nutre le più diverse teorie del complotto fino ai nostri giorni.

    Meghnagi mostra bene come nel pensiero di Jung, che fu assai ambiguo anche nei confronti del nazismo, si ritrovino intatti tutti gli stereotipi antigiudaici che attraversano la storia europea, in primis la contrapposizione carne/spirito, attraverso le cui lenti il discepolo interpreta la teoria sessuale del maestro. Allo stesso modo, una forma mentis ebraica è visibile nell’opera freudiana. Lo stesso Freud ammetterà le analogie fra la tecnica dell’associazione di idee alla base della terapia psicoanalitica e i dibattiti talmudici.

    Noi potremmo avanzare altre ipotesi in cui si riconosce questa influenza: il primato dell’ascolto rispetto a quello della vista, la terapia come percorso di liberazione come fosse un’uscita dalla schiavista d’Egitto, l’idea di un’emancipazione dall’origine che troviamo in Genesi 12, 1, esordio del percorso abramitico. Tutti punti che meriterebbero un approfondimento specifico. Un libro, quindi, che non solo colma un vuoto, in cui si annidano i più grandi temi del problematico rapporto fra cultura ebraica ed europea, ma che è anche un invito a proseguire per le prossime generazioni di studiose e studiosi.

    (Da: hakol.ilriformista.it,  21 dicembre 2025)